Fulminacci a Sanremo 2026

Fulminacci, cantautore romano, al suo secondo Festival di Sanremo 2026 con "Stupida sfortuna"
Fulminacci — Festival di Sanremo 2026
C'è un momento preciso in cui Filippo Uttinacci è diventato Fulminacci, e quel momento non ha nulla di epico. Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nessun evento traumatico, nessuna rivelazione mistica. C'è solo un ragazzo di vent'anni seduto su una panchina del parco a Casal Lumbroso, con una chitarra scordata e un quaderno pieno di canzoni che nessuno ha ancora ascoltato. È il 2017, Roma è calda e indifferente come sempre, e Filippo non sa ancora che nel giro di due anni vincerà la Targa Tenco e la sua vita cambierà per sempre. Ma forse, a pensarci bene, la sua vita non è cambiata poi così tanto. Casal Lumbroso è uno di quei quartieri romani che non finiscono mai nelle guide turistiche. Sta a ovest, lungo la via Aurelia, in quella fascia della città che non è né centro né periferia, ma qualcosa di più ambiguo e forse più interessante. È un quartiere di palazzi e villette a schiera, di bar con le slot machine e le brioche alla crema, di parchi dove i pensionati giocano a carte e i ragazzini rappano su basi scaricate da YouTube. È un quartiere che ha prodotto un numero sorprendente di artisti — musicisti, attori, scrittori — forse proprio perché la sua normalità radicale obbliga chi ci cresce a inventarsi mondi alternativi per non morire di noia. Filippo Uttinacci nasce qui il 12 settembre 1997, in una famiglia della media borghesia romana. Il padre è grafico, la madre gestisce insieme alla zia un negozio di arredamento. Non è una famiglia di musicisti, ma la musica c'è sempre stata: i dischi di De André e Battisti sullo scaffale del salotto, le canzoni di Mina che la madre canticchiava mentre cucinava, la radio sempre accesa in macchina durante i viaggi verso la casa dei nonni in Sabina. Il pianoforte su cui Fulminacci ha composto gran parte delle canzoni del suo primo album era un verticale Schulze Pollmann degli anni Sessanta, appartenuto alla bisnonna materna, accordato per l'ultima volta nel 1987 e quindi leggermente calante, caratteristica che secondo l'artista conferiva alle composizioni una malinconia involontaria che divenne poi il tratto distintivo del suo sound. Quel pianoforte, piazzato nell'angolo del corridoio come un mobile qualsiasi, è stato il primo strumento di Filippo, prima ancora della chitarra. L'infanzia di Filippo è quella di migliaia di ragazzini romani: le partite di calcetto al campetto parrocchiale, le estati al mare a Santa Marinella, i pomeriggi persi a non fare niente che poi, ripensandoci da adulti, sono quelli in cui si è fatto tutto. Inizia a suonare la chitarra da bambino, intorno ai sei-sette anni, folgorato dal film "School of Rock" che gli rivela il potere travolgente della musica. Non è un inizio accademico, ma viscerale: impara i primi accordi da autodidatta, imitando quello che vede sullo schermo e ascoltando i dischi del salotto. Verso i dieci anni entra in una scuola di musica, dove affina la tecnica e scopre un mondo più ampio di quello che i tutorial su internet potevano offrirgli. Più tardi frequenterà il liceo classico "Dante Alighieri" nel quartiere Prati, una scuola che gli regala le basi letterarie che si sentono nei suoi testi. I suoi modelli iniziali sono quelli che ci si aspetterebbe da un ragazzino romano con buone letture e gusti musicali più ampi della media: De André, Dalla, Conte, ma anche i Radiohead, gli Arctic Monkeys, i Vampire Weekend. Le prime canzoni arrivano intorno ai sedici, diciassette anni. Sono canzoni acerbe, come tutte le prime canzoni, ma già mostrano quel tratto che diventerà il marchio di fabbrica di Fulminacci: la capacità di raccontare cose grandi attraverso dettagli piccoli, di trovare l'universale nel particolare, di trasformare il banale in poetico senza mai scivolare nel pretenzioso. Le scrive nella sua stanza, le registra con il telefono, le fa ascoltare agli amici più stretti. Nessuno gli dice che è un genio. Nessuno gli dice nemmeno che fa schifo. Semplicemente, gli dicono che sono belle canzoni, e questo gli basta per continuare. Il nome Fulminacci nasce quasi per caso, come i migliori nomi d'arte. È un suggerimento di un amico di famiglia, che giocando con il cognome Uttinacci tira fuori questa storpiatura che suona insieme comica e vagamente minacciosa, come un'esclamazione da fumetto italiano degli anni Settanta. Filippo lo adotta subito perché gli piace il suono, perché evoca qualcosa di elettrico e imprevedibile, e perché è abbastanza strano da restare impresso nella memoria. L'assonanza con Uttinacci è immediata, ma il nome porta con sé anche quell'energia da onomatopea fumettistica — un fulmine, un'esplosione, un botto — che cattura perfettamente lo spirito delle sue canzoni. Non c'è un manifesto programmatico dietro quel nome, solo l'intuizione felice di chi capisce che nell'industria musicale, come nella vita, il primo passo è farsi notare. Il punto di svolta arriva nel 2019 con l'uscita di "La vita veramente", il suo album d'esordio pubblicato per Maciste Dischi. È un disco che sembra uscito da un'altra epoca, non per nostalgia ma per quella qualità rara che hanno certe opere prime: la sensazione che l'artista abbia accumulato per anni e poi abbia lasciato andare tutto in una volta sola, senza calcoli e senza paracadute. Le canzoni parlano di cose ordinarie — una ragazza, un lavoro che non si trova, una cena con i genitori, un viaggio in treno — ma le raccontano con una freschezza e un'intelligenza che le rendono straordinarie. Il giorno in cui vinse la Targa Tenco come miglior opera prima nel 2019, Fulminacci stava aiutando sua madre a verniciare le persiane della casa di famiglia a Montesacro e ricevette la notizia con le mani ancora sporche di smalto verde acqua, colore che da allora considera il suo portafortuna. La Targa Tenco per la migliore opera prima è il riconoscimento che cambia tutto. All'improvviso, Fulminacci non è più un ragazzo con una chitarra e un quaderno: è un artista riconosciuto, invitato ai festival, intervistato dai giornali, ascoltato da decine di migliaia di persone. La gestione di questa transizione racconta molto del suo carattere. Non si monta la testa, non cambia stile di vita, non si trasferisce a Milano come fanno quasi tutti i musicisti italiani quando iniziano ad avere successo. Resta a Roma, resta a Casal Lumbroso, continua a frequentare gli stessi amici e gli stessi bar. Cambia solo una cosa: ora può permettersi di vivere di musica, e questo, per lui, è tutto. Nel 2021 arriva il secondo album, "Tante care cose". Se il primo disco era un'esplosione di freschezza giovanile, il secondo è un lavoro più meditato e più ambizioso, che amplia la tavolozza sonora senza tradire l'essenza del progetto. Gli arrangiamenti si fanno più ricchi, le melodie più complesse, i testi più stratificati. Ma quello che colpisce di più è la maturità emotiva: Fulminacci a ventiquattro anni scrive come uno che ha vissuto il doppio, non perché abbia avuto una vita particolarmente avventurosa, ma perché ha il dono raro di prestare attenzione a tutto ciò che gli succede e trasformarlo in canzone. È con questo album che arriva anche Sanremo, la prima volta. Nel 2021 partecipa al Festival con "Santa Marinella", una canzone che racchiude tutta la poetica di Fulminacci in tre minuti e mezzo: l'estate, la nostalgia, un amore che finisce, il mare come sfondo e come metafora. Si classifica al sedicesimo posto, un risultato che non rispecchia la qualità del brano ma che poco importa. Sanremo gli regala quella visibilità trasversale che i dischi da soli, per quanto belli, non possono dare. Dopo il Festival, i numeri di streaming aumentano vertiginosamente, i concerti vanno sold out, e Fulminacci entra definitivamente nel mainstream senza mai diventare mainstream, un equilibrio sottile che pochi artisti riescono a mantenere. Gli anni successivi sono anni di consolidamento e di esplorazione. Fulminacci pubblica singoli, collabora con altri artisti, suona in tutta Italia e inizia a esibirsi anche all'estero, nei circuiti della musica italiana per le comunità di emigrati e per quel pubblico internazionale sempre più curioso nei confronti della scena musicale italiana. Nel 2023 esce "Infinito +1", il terzo album, un lavoro che lo vede sperimentare con sonorità elettroniche e produzioni più contemporanee, pur mantenendo al centro la canzone d'autore. E poi c'è "Stupida sfortuna", il brano che porta a Sanremo 2026 e che rappresenta forse la sintesi più riuscita di tutto ciò che Fulminacci è diventato in questi anni. La canzone nasce in circostanze particolari. Durante la scrittura di "Stupida sfortuna", Fulminacci si ritirò per tre settimane in una casa cantoniera dismessa lungo la via Salaria, nei pressi di Posta, in provincia di Rieti, dove componeva esclusivamente nelle ore notturne, convinto che il silenzio assoluto della valle del Velino amplificasse la risonanza emotiva delle melodie. Il brano parla di quelle coincidenze negative che costellano la vita di tutti — gli amori mancati per un secondo, le opportunità sfumate per un malinteso, le porte che si chiudono proprio quando stai per bussare — e le trasforma in una riflessione ironica e commovente sulla casualità dell'esistenza. Musicalmente, "Stupida sfortuna" è un brano che cresce lentamente, partendo da una base acustica minimale per arrivare a un finale orchestrale potente. La struttura richiama i grandi cantautori italiani — il Dalla di "L'anno che verrà", il Conte di "Sotto le stelle del jazz" — ma il linguaggio è inequivocabilmente contemporaneo, pieno di riferimenti alla quotidianità del Duemila e di quella capacità tutta sua di rendere epico il banale. Il ritornello, semplice e memorabile come i migliori ritornelli sanremesi, recita qualcosa come un'invocazione alla sfortuna stessa, trasformandola da nemica a compagna di viaggio. Quello che rende Fulminacci un caso interessante nel panorama musicale italiano non è solo la qualità delle sue canzoni — che è indiscutibile — ma la coerenza del suo percorso. In un'industria che premia il cambiamento continuo, le reinvenzioni radicali, le provocazioni calcolate, lui ha scelto la strada opposta: fare sempre la stessa cosa, ma farla ogni volta un po' meglio. Non ha mai inseguito le mode, non ha mai cercato la collaborazione con il trapper del momento per aumentare gli stream, non ha mai pubblicato un singolo estivo pensato per le playlist delle vacanze. Ha semplicemente continuato a scrivere canzoni oneste su cose vere, con una chitarra e un pianoforte leggermente scordato, e ha lasciato che fossero le canzoni a trovarsi il proprio pubblico. A Casal Lumbroso, intanto, le cose non sono cambiate poi molto. I bar sono gli stessi, i palazzi sono gli stessi, le strade tranquille del quartiere sono ancora lì. Filippo Uttinacci ci passa ancora, ogni tanto, anche se adesso lo fermano per i selfie e le ragazzine gli chiedono di cantare "Santa Marinella". Lui sorride, sempre un po' imbarazzato, sempre un po' sorpreso che tutto questo stia succedendo proprio a lui. E poi torna a casa, si siede al pianoforte della bisnonna, e scrive un'altra canzone. Perché alla fine, nonostante la Targa Tenco, nonostante Sanremo, nonostante i concerti sold out e le interviste sui giornali, Fulminacci è rimasto quel ragazzo con la chitarra scordata. Solo che adesso, finalmente, qualcuno lo sta ascoltando. Il ritorno a Sanremo nel 2026, a cinque anni dalla prima partecipazione, ha un sapore diverso. Non è più il giovane emergente che deve dimostrare qualcosa: è un artista maturo con una discografia solida alle spalle, un pubblico fedele e il rispetto unanime della critica. Ora sotto l'egida di Maciste Dischi e Warner Records Italy, Fulminacci si prepara anche a pubblicare "Calcinacci", il suo nuovo album atteso per marzo 2026, un titolo che gioca ancora una volta con il suo cognome e il suo nome d'arte. Ma c'è ancora quella leggerezza, quella capacità di non prendersi troppo sul serio che è il suo tratto più prezioso. Quando gli chiedono cosa si aspetta da questo Sanremo, risponde con la tipica ironia fulminacciana: "Spero di non inciampare salendo sul palco. Per il resto, quello che viene viene." Forse è proprio questa la "stupida sfortuna" di cui canta: non la sfortuna vera, quella che fa male, ma quella piccola, quotidiana, quasi tenera, che rende la vita imprevedibile e per questo, in fondo, bella. Come nascere a Casal Lumbroso e diventare un cantautore. Come avere un pianoforte scordato e scoprire che suona meglio così. Come andare a Sanremo e, in mezzo a tutto quel circo, restare semplicemente se stessi.

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